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Meno fughe, più ambizioni: come cambiano le priorità dei lavoratori nel 2026

Il Workforce Trends Report di The Adecco Group, realizzato su un campione di 37.500 lavoratori e 2.000 dirigenti in 31 Paesi, fotografa un mondo del lavoro in profonda trasformazione. Sicurezza, crescita, benessere e tecnologia sono le parole chiave del 2026.

 Il 2025 segna la fine della cosiddetta "Great Resignation", quel fenomeno che aveva spinto milioni di lavoratori ad abbandonare il proprio impiego in cerca di qualcosa di diverso. Oggi il vento è cambiato: la stabilità è tornata al centro delle priorità, e il 2026 si preannuncia come l'anno in cui le aziende dovranno rispondere a esigenze sempre più concrete e personalizzate. Ma cosa cercano davvero i lavoratori? E cosa devono fare le organizzazioni per essere all'altezza di questo momento?

Retribuzione equa e flessibilità su misura

Salario e work-life balance continuano a essere i principali fattori che attraggono e trattengono i talenti. Un dato emblematico: nel 2025 la stabilità retributiva è balzata dal nono al terzo posto tra le ragioni per cui un lavoratore sceglie di restare nella propria azienda.

La flessibilità è ormai un'aspettativa diffusa, ma attenzione: non tutti la intendono allo stesso modo. I manager puntano sul "dove" lavorare (smart working e remoto), mentre i lavoratori junior danno più peso al "quando", cioè alla possibilità di gestire il proprio orario. Eppure solo il 19% dei non-manager ha un controllo reale sui propri orari, contro il 43% dei dirigenti. Un divario ancora ampio, che le aziende dovranno colmare con strategie più inclusive e concrete.

Crescita professionale: una priorità che non si può ignorare

Il 74% dei lavoratori ha un piano di carriera che guarda oltre l'azienda attuale, e l'83% dichiara di voler investire di più nello sviluppo delle proprie competenze. Non è un segnale di fuga: è un appello diretto alle organizzazioni affinché offrano percorsi di crescita reali.

La progressione di carriera è tornata tra le priorità dei lavoratori, e i numeri lo confermano: il 33% dei dipendenti dichiara di restare in azienda solo se ha opportunità di crescita, percentuale in netto aumento rispetto al 22% del 2024. Eppure il 61% delle organizzazioni fatica ancora a ricollocare i talenti internamente, e solo il 33% investe in strumenti per mappare competenze e potenziale delle persone.

Il messaggio per chi opera nella formazione è chiaro: c'è una domanda crescente di percorsi strutturati, che aiutino le persone non solo ad acquisire competenze tecniche, ma a costruire un progetto professionale solido e orientato al futuro.

Intelligenza artificiale: tra entusiasmo e gap formativi

L'intelligenza artificiale e la GenAI sono oggi tra i tre trend più influenti sul lavoro, secondo sia i lavoratori che i manager. L'87% dei dipendenti si dice pronto ad adattarsi all'impatto dell'AI. Un dato incoraggiante, ma subito controbilanciato da un altro: il 71% ritiene che le proprie conoscenze sull'argomento superino già quanto offerto dalla formazione aziendale.

In Italia il quadro è leggermente diverso: gli italiani mostrano maggiore cautela nell'adattamento rispetto alla media globale (79% contro 87%), e il 61% ritiene di saperne già più dei corsi di aggiornamento aziendali, un dato comunque inferiore alla media mondiale del 71%. Un approccio più riflessivo, ma che non deve tradursi in ritardo.

Per il 2026, le aziende e gli enti formativi dovranno andare oltre i semplici corsi di upskilling sull'AI e adottare un approccio più ampio, che integri adattabilità, pensiero critico e capacità di lavorare in ambienti tecnologici in rapida evoluzione.

Benessere e inclusione: non più optional

Oltre l'80% dei lavoratori preferirebbe un'azienda impegnata sul fronte della sostenibilità e dei valori. Ma i dati mostrano ancora un forte scollamento tra aspirazioni e realtà: meno della metà delle organizzazioni ha KPI misurabili sull'inclusione, e solo il 39% ha un responsabile dedicato.

Il tema della salute mentale è particolarmente critico in Italia. Il 35% dei lavoratori italiani dichiara di non sentirsi supportato dal proprio manager nella gestione del benessere psicologico, il secondo valore più basso a livello mondiale. In più, il 30% degli italiani afferma di non ricevere formazione aziendale sull'inclusione, contro una media globale del 22%.

Donne e giovani sono le categorie più esposte: dichiarano più spesso di aver vissuto ambienti tossici e ricevono meno supporto manageriale. Un campanello d'allarme che chiama in causa non solo le aziende, ma tutto l'ecosistema della formazione e dello sviluppo professionale.

Cosa significa tutto questo per chi lavora e per chi si forma

Il Workforce Trends Report di Adecco restituisce un'immagine del lavoro in transizione, dove le persone vogliono di più: più stabilità, più crescita, più attenzione al loro benessere e più strumenti per affrontare un mondo sempre più tecnologico.

Per i lavoratori, siano essi occupati in cerca di riqualificazione, in transizione professionale o disoccupati, il messaggio è uno solo: investire su se stessi non è mai stato così importante. Aggiornare le competenze, costruire un percorso consapevole e scegliere contesti formativi di qualità sono le mosse che fanno la differenza sul mercato del lavoro di oggi e di domani.

Per le aziende, invece, la ricerca lancia un invito preciso: smettere di trattare la formazione come un costo e iniziare a vederla come la principale leva di crescita, fidelizzazione e competitività. In un mercato del lavoro dove il 33% delle persone resta solo se vede prospettive reali di sviluppo, non c'è spazio per l'improvvisazione.